Sogno n. 1

Ho sognato una grande casa diroccata, su una collina.
Sembrava Petroio, dove G. aveva costruito la Comune di teatranti ospitando i Catalani, dove mi portava nei nostri primi viaggi, dove abbiamo preso le piattole dormendoci dopo i mesi in cui era rimasta disabitata, nel letto con la testiera di mattoni di plexiglass.
Nel sogno ci vivevo con S. (il mio primo tentativo di suicidio). S., che ho cancellato dalla memoria tanto da confondere se la convivenza (la mia prima) sia durata mesi o anni. Ricostruisco attraverso la 500 amaranto, mia prima macchina, con la doppietta: con quella andavo a lavorare nella piccola canonica trasformata in scuola, la mia prima classe, una prima di dieci bambini. Lo so perché ho il ricordo della 500 parcheggiata nella collinetta di fronte al Ristorante famoso in tutto il Veneto per il suo tris di bollito, la cui fama sarebbe stata oscurata da lì a poco dal primo ristorante della zona dove mangiare le lumache.
Ho un ricordo con mio padre, anche, qui: tutta la famiglia con l’attrezzo curvo per reggere i gusci prima di estrarre il mollusco, non ricordo però in che occasione, perché siamo lì.
Ricordo la partenza la mattina presto dal vicoletto accanto a S. Parisio, e poi la 500 diventa la A112 metallizzata, la sua, che mi vendette dopo morte gloriosa della Valentina, la 500. Ero nell’età in cui si dà il nome alle cose. Quella era la mia prima macchina, la mia prima casa, i primi moti di indipendenza. Con la 112 andavo nella mia seconda scuola, oltre il Piave, partivamo la mattina in quattro da Porta Carlo Alberto, ciò significa che con S. la convivenza durò almeno due anni scolastici. Lui faceva il poeta maledetto e beveva birra, io avrei voluto esser lui. Quando l’ho lasciato mi voleva menare, l’ho reincontrato poco tempo fa su FB, ci siamo scambiati l’amicizia e due chiacchiere. Ora lui ha cambiato nome, vive a Barcellona, è un famoso poeta maledetto e –credo- beve birra. Io dopo un po’ gli ho tolto l’amicizia “Scusa” gli ho scritto “la vita è troppo dura per leggere le cose tristi e incazzate che posti”. Mi odia, credo. E come dargli torto.
Comunque. Nel sogno vivo con lui in questa casa grande e diroccata. E’ piena di gente perché stiamo ospitando chissà chi, chissà cosa. Stanze trasformate in bivacchi, piatti sporchi, oggetti fuori posto. La sensazione di essere invasa che ho avuto costantemente in tutti gli anni del mio “teatrantonio”, leggasi: il mio matrimonio con un mondo, con uno stile di vita. Anni in cui si andava ospiti in case sporche e disordinate, si dormiva nei divani da cui temporaneamente venivano spostati burattini, pupazzi in gomma piuma, costumi di scena, i primi modernissimi Amiga. Gli anni della pedana in salotto, del maledetto televisore con la scheda a vista e la base triangolare che dovevo spolverare (ma era un’opera di videoarte, che figata, mica come tutti gli altri con una televisione normale), gli anni di “Non parcheggiare sull’erba” (ma si è mai sentita di una coppia che per condividere qualcosa di intimo invece di far sesso organizza incontri con l’artista?). Gli anni di Fabrica e di Theleme, gli anni della mia pittura forsennata e liberatoria, gli anni dei vestiti neri e della colite cronica.
Nel sogno sono lì, ma con S.. Ho in bocca quel sapore antico, quel senso di malessere. Troppa gente, troppo rumore, io non sono così, io non condivido così. Mi sento male alle feste, mi irrigidisco quando siamo in tanti, mi fa paura quando oltrepassano la mia zona di sicurezza, vorrei scappare. Non so dove mettermi e il mio corpo si ingigantisce, deborda dal divano, si spalma sugli stipiti, mi sento fuori posto e comincio a sudare. “Ma come, ma se sei così SIMPATICA! Così SOLARE! Così PIENA DI BELLA ENERGIA!!” Ma come, ma come? Ma no, ti sbagli, guarda che non è vero, a noi piaci un casino, non te ne accorgi? Perchè vai via così presto?”
Nel sogno però mi muovo con una certa accorta prudenza; penso che prima o poi tutta quella gente se ne andrà, o –alla peggio- me ne andrò io. Giro per la casa scavalcando corpi addormentati alla rinfusa controllando che non siano state violate le mie cose più segrete. Timore inutile, non c’è niente di prezioso di me in quella forzata promiscuità.
All’improvviso scorgo due bambini: stanno frignando, non c’è niente per loro lì, galleggiano come naufraghi sbattendo contro i corpi adulti, alla deriva. Allora li prendo per mano canticchiando “Vieni, vieni…” improvviso una danza dribblando le persone e le cose, attraverso stanze sussurrando filastrocche inventate, con loro al seguito, poco convinti ma già incantati. Arriviamo ad una specie di soffitta impolverata, un magazzino di reperti adulti. Il colore di tutto è grigio, sfocato; la luce entra bassa dalle tapparelle scardinate. Comincio a cercare dai vecchi armadi. Ecco un barattolo di pennarelli. No, due. No, è un intera grande scatola. Ecco una coperta multicolore che stendo a terra. Ecco una tenda della magia che appendo ad una trave del soffitto, invadendo mezza stanza con una tela stellata. Ecco dei cuscini a forma di animali. Ecco –guarda dov’erano finite!- due belle cassette piene di costruzioni. Aspetta, qui ho i pennelli, vi piacciono le tempere? Si, adesso tiro giù quel peluche seminascosto tra le borse.
La stanza diventa casa, diventa posto, diventa cuore. La polvere si solleva e lascia spazio a un nuovo mondo.
I bambini ora sono di più, saltano, corrono, giocano e ridono come matti. Facciamo anche uno sbarramento, attenzione, se vuoi entrare devi dire una parola se no resti fuori, e basta.
Guardo quella scena completamente ridipinta, ho un cappello da fata in testa. Io la so quella parola.
Mi sveglio e penso: “Io la so”.
316290_10201235278790067_878103376_n

Questa voce è stata pubblicata in pensieri. Contrassegna il permalink.

I commenti sono chiusi.