SCRIVERE

“Non è mai troppo tardi. Corso di istruzione popolare per il recupero dell’adulto analfabeta”: dal 1960 al ’68, in fascia preserale la RAI, col sostegno del Ministero della Pubblica Istruzione, contribuisce fattivamente alla costruzione dello Stato italiano -nel pieno rispetto della sua Costituzione, che all’art. 3 si impegna a “rimuovere gli ostacoli…”- ed insegna a leggere e scrivere dalla televisione.

La mia piccola mano impugna una matita trovata chissà dove, e copia lentamente i segni tracciati alla lavagna oltre lo schermo. La carta del pane -marrone, rigida- crocchia sotto la pressione: A come ape, A come albero, A come aiuola, A come Alberto Manzi, il mio primo maestro
C’è qualcosa di magico, misterioso, nel momento in cui un bambino impara a leggere e a scrivere. Da adulta ho avuto il privilegio di assistere più e più volte a questo che -credo- è uno dei grandi avvenimenti dell’esistenza, spartiacque piuttosto sottovalutato, dato per scontato e ignorato nella sua pur deflagrante potenza.
D’un tratto segni fino a quel momento incomprensibili si fondono ed acquistano certezza ontologica, e tu capisci che quei tratti inclinati o rotondi significano qualcosa che conosci, sono -simbolicamente- il tessuto dell’esperienza di tutti i giorni: ciò che incontri, odori, accarezzi, vedi.
E’ un insight accecante, è venire al mondo per la seconda volta, è un’emozione dirompente. Altrimenti non si spiegano gli occhi che si illuminano nel sillabare: “ O-c-a!” Non può essere certo l’evocazione del pennuto (tra l’altro sconosciuto ai più) ad allargare la bocca in quel magico, sdentato sorriso che esclama esaltato: “Oca! É scritto OCA!”
E poi la tua mano piano piano si impadronisce di quel miracolo, e dalla matita escono mille parole, mille significati, e tu all’improvviso sei capace di evocare il mondo, e con un semplice gesto: pochi tratti e riversi sulla carta oggetti, esistenze, pensieri.
Tu scrivi e la tua mano compone universi; hai pochi anni e il senso di onnipotenza non chiede altro per radicarsi un po’ di più.
Qualche anno dopo imparerai che certe parole fanno male, altre fanno ridere, altre pensare. Che ci sono parole dolci, salate, amare. Parole dispettose, strafottenti o scostumate. Parole da non dire, da scribacchiare sottovoce nei primi diari segreti; parole ferite e doloranti con cui riempi le tue prime poesie, parole dure e sferzanti, vergate con rabbia nelle lettere che non si spediscono.
Ma sempre, nel gesto della mano che traccia segni o pigia tasti, io ritrovo l’incanto di quella scoperta, quando imparai che la scrittura apre un respiro improvviso, una folata di vento che scuote il drappo che -come un sipario- separa il dentro e il fuori e -per un attimo- tratteggia una strada tra l’universo nascosto e quello espanso, le cose ed il ricordo delle cose, le esistenze incontrate e l’indelebile impronta che ci han lasciato dentro.

Come il marrone dei sacchetti del pane, per sempre vela del mio primo, vero respiro nel mondo.

Una risposta a SCRIVERE

  1. Violante Vibora scrive:

    Dieci nomi del cuore.
    Bob Dylan, Anna Maria Ortese, Emily Dickinson, Arthur Rimbaud, Kiki Smith, Federico Fellini, Francois Truffaut, Fabrizio de Andrè, Carl Gustav Jung, Igor Sibaldi, Charlie Chaplin, Raffaele Morelli, Patti Smith, Hieronymous Bosch, Alda Merini, Indiani d’America, Thoreau…

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