Estate del ’65

Le foglie accartocciate scricchiolano sotto i sandali di corda. Un vento caldo, pesante, amplifica i fruscii che saettano improvvisi tra i fusti giallognoli: lucertole rapide che schizzano dalle montagnole di terra smosse dai passi cauti, incrinando per un momento il silenzio assonnato di quel primo pomeriggio estivo.
Le due bambine avanzano circospette; le pannocchie altissime, mature sopra le loro teste sono dure di sole, sfatte. Le loro barbe lambiscono i capelli neri della maggiore, qualche filo rossiccio vi s’impiglia.
Si tengono per mano; la più grande guida la spedizione, tastando il terreno, tendendo l’orecchio, zittendo imperiosamente i gridolini della piccola, spaventata ed eccitata insieme per l’incursione in quel mondo misterioso, appena oltre la rete che delimita il giardino di casa.
Il passaggio segreto è dietro la forsizia, splendente alle spalle del grande noce da cui penzola l’altalena, regno incontrastato della piccola che vi trascorre ore e ore a cantare, a ridere, a parlare al vento.
Da quando è nata l’altalena è sempre stata di sua proprietà; non ricorda di aver mai visto salirci sua sorella, che è un po’ più grande di lei ed è sempre presa da giochi diversi, altrettanto misteriosi e solitari, però dietro la casa, nella capanna degli attrezzi. Si sono divise tacitamente il territorio: una il davanti, l’altra il retro, complementari e separate.
Quel giorno però, qualcosa nel suo sguardo l’ha fatta scendere di colpo dalla tavoletta di legno; un gesto della testa, l’indice alla bocca come a dire: non fare rumore sennò se ne accorgono, e la mano tesa, un po’ sudata che la piccola ha stretto con la fiducia cieca con cui i bambini si consegnano.
Hanno sollevato il lembo di rete divelto dal terreno, e strisciandoci sotto sono sbucate dall’altra parte, al margine del grande campo di grano che costeggia il loro giardino. “Non si può…” piagnucola la piccola, ma l’altra fa spallucce e corrugando la fronte bisbiglia: “Vuoi vedere o no?”
Così si inoltrano nel campo, avanzando tra le foglie secche e l’odore pesante del fieno, steso a seccare poco lontano.
La maggiore ha un grembiulino di tela leggera, a quadretti, chiuso da piccoli bottoncini a forma di fiore. Ha i capelli neri, a caschetto e gli occhi pure neri, larghi. Colpisce l’ espressione seria, un po’ triste, ben assortita con la voce bassa con cui articola le rare parole che dice.
La piccola invece ha i capelli chiari, raccolti nei codini con i fermagli a forma di coccinella, la pelle bianca ricoperta di lentiggini. Ha una gonnellina a pieghe che si apre come una corolla quando gira su se stessa nel suo gioco preferito, rotondo e ipnotico, braccia aperte e naso all’insù, come un derviscio.
Le due bambine camminano piano, inoltrandosi sempre di più verso il centro del campo. Lontano, ogni tanto arriva il chiocciare delle galline; sospeso nell’afa densa della campagna, il canto stridulo di un gallo.
“Guarda” sussurra piano la più grande. Tra i fusti delle ultime file di pannocchie si intravvede un giardino ricco di alberi e cespugli; un tavolino sformato di vimini, qualche sedia. Su una panca un cestino colmo di mollette da biancheria, un libro aperto, le pagine rivolte all’ingiù, come lasciato lì all’improvviso. In fianco alla casa un filo teso dove lenzuola bianchissime stanno ad asciugare, accecanti di sole.
Le due bambine si avvicinano in silenzio, fino ad arrivare a ridosso della rete che separa i due terreni. Lentamente infilano le dita nei rombi del fil di ferro verde, lo stesso gesto; immobili fissano lo sguardo oltre la tenda che si muove appena, lasciando intravvedere l’interno della stanza.
“Non c’è…” sussurra la piccola. “Aspetta” ribatte l’altra. Un colpo di vento allarga la stoffa leggera, che come una vela si solleva. “Ecco.” La voce bassa ha un piccolo tremito, come per un’incredula felicità; adesso entrambe fissano la donna, trattenendo il respiro: ha gli occhi chiusi, il capo leggermente reclinato da una parte. I capelli sono corti, fermati da una fascia rossa. Dalla camicia leggera spuntano le spalle nude; un seno è scoperto, rotondo e liscio come la piccola testa del neonato che tiene in braccio. La donna e il bimbo respirano insieme; come onda impercettibile li avvolge il filo misterioso che li lega, che li consegna entrambi ad una pace misteriosa, sconosciuta.
L’aria estiva muove la tenda, svelando e velando e svelando ancora allo sguardo delle due bambine quel sonno profumato di latte, di borotalco, di carezze.
Le mani chiuse, aggrappate alla rete stanno ferme, lontane. Gli occhi succhiano quella visione, come assetati di qualcosa che non sanno, un desiderio che ancora una volta le ha portate qui, sul limitare di questo giardino, nell’ora più calda di agosto, mentre tutti dormono; e risuona dentro una nostalgia sconosciuta, un’assenza inespressa -inesprimibile- che accelera il battito del cuore, che sigilla le parole.
Dall’alto la luce spennella la scena di colori forti: ocra di grano, azzurro smerigliato e livido, candore di panni. E il fosso gorgogliante del confine, il frinire delle cavallette, i fusti ruvidi ancora attaccati ai palmi e i bastoncini appuntiti infilati tra la cinghietta e il tallone.
“Torniamo” dice la più grande. L’altra riluttante abbandona la rete, si volta a seguirla, di nuovo inghiottita dalle pannocchie, dagli scricchiolii inquietanti del campo arso dal sole.

I passi si sono fatti rapidi e furtivi; bisogna tornare, e in fretta.
E mantenere il segreto. Anche stavolta.

altalena BN

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ROSSA

ROSSA (per S.)

Rossa, come una fiamma, dritta
lo sguardo aperto, netto, furibondo
rifiuto -per programma- a stare zitta
guerriera, appassionata a questo mondo.

“A loro le rose, a noi le spine”
Stava in un manifesto CGIL
t’avrebbe acceso rabbia senza fine
‘che non ci va in pensione, chi è ribelle.

“Perché è di tutti il dono, la poesia!
E lotta dura a chi ce ne deruba!”
così apristi la porta in casa mia
e in me, com’ero allora, storta e dura.

“La guerra è affari d’oro, è corruzione”
Serate dense di caffè e di fumo
Parole vive sopra a ogni striscione
Di quelle lotte è ancora qua il profumo.

In queste strade vicoli panchine
Vivo è il ricordo di ogni tuo passaggio
Contro la guerra, si, fino alla fine
Anche se PACE sembra sia un miraggio

Qualche cosa di vecchio, polveroso
Roba vecchiotta tipo sessantotto
E invece è grido urgente, doloroso
Che si alza forte, canta…non s’è rotto

Grandissima donna, non l’hai mai saputo
quello che hai portato alla mia vita…
perché restai come chi resta muto
affascinato da una forza antica.

Insieme a te voci, storie idee
Qualcuno sì… si è perso per la strada
Ma tanto…siamo come le maree
Viandanti, ognuno, basta che si vada

Tu sei caduta, dopo dura lotta
battaglia amara, aspra, partigiana.
Nel corpo forse, ma nell’anima… rotta?
Neanche sotto la terra, MAI, lontana!

Perché certe persone, certi sogni
Sono semi freschi stretti nella mano
Che restano con noi ci son compagni
sono ali, sono tutto ciò che abbiamo

Così ti canto questo amore, infine,
sorella mia, che mi sei stata specchio.
Chissà che avresti detto, a queste rime?
“Ma c’hai bevuto su almeno un Montecchio?!”

Dove sei, che importa, o è fuorviante
sei qui, sei me, sei voce sicura
emblema di qualcosa di brillante
che vibra, ancora, e scorda la paura.

sonia

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POTEVO

Potevo nascere nell’Africa profonda sub sahariana
e tirar su mezza dozzina di figli a quindici anni

Potevo essere la dodicesima di venti fratelli nel dopoguerra
e beccarmi la spagnola

Potevo morire di leucemia fulminante a sette anni

potevo arrabattarmi in una bidonville di Korogocho
cercando di sfamare uomini, vecchi, bambini

potevo essere stuprata in uno qualsiasi dei miei anni sconsiderati

potevo avere un figlio morto di droga sotto a un cavalcavia

potevo crescere in un orfanotrofio rumeno,
senza conoscere la carezza di una madre

potevo rimaner paralizzata in un incidente stradale
cadere dalla bici ed entrare in coma
essere colpita per caso in un corteo
perdere un arto
o gli occhi

potevo passare trent’anni in galera per una atto di furia omicida

o essere ammazzata perché infedele o sterile

potevo non conoscere mai la meraviglia
di un libro, o un verso

potevo essere incapace di sentire il dolore degli altri,
la bellezza
il riposo

potevo non provare mai
l’amore appassionato e travolgente
o la dolcezza di un dono inaspettato

potevo trovarmi a cinquant’anni senza una casa,
né un lavoro

o chiusa in un sottoscala a lavorare per due dollari la settimana

o vedere il mondo da un barcone schiacciata dalla paura

o ricevere sputi per una cavigliera
o il colore olivastro della pelle

potevo

e invece sono qui

e posso.

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DOVE VANNO

Dove vanno
le cose che se ne vanno
i pensieri molesti
sfatti dalla tenacia del tempo
le buone intenzioni
i cattivi propositi
i libri cominciati
i romanzi interrotti

dove vanno
i ricordi che se ne vanno
le parole mancate
il nero improvviso e senza significato
lo sbrego sulla foto a cui manca una faccia
le amnesie
le astensioni
le stupide astinenze

dove vanno
quelli che se ne vanno
i padri, le madri
le figlie, le sorelle

dove vanno
quelli di cui un tempo
riconoscevamo l’odore
dove vanno
quando se ne vanno

prima di scomparire
lasciano nell’aria frammenti
fuliggine di ricordi

lembi di pelle morta, forfora sul divano

quelli che partono senza voltarsi
quelli che credono senza fidarsi
quelli che azzannano senza scusarsi
quelli che arraffano e non te ne accorgi
quelli che fingono senza rimorsi
quelli bastardi che uncinano dentro
quelli che sputano, ma controvento
quelli del sasso e della mano
che non van mai abbastanza lontano

figure lerce figure così, iconoclasti del martedì
zecche impossibili da eliminare
anche a distanza ti sanno succhiare

ma pure quelli troppo presto andati
che ancora non ti capaciti
di non averli salutati
una bandiera rossa
sei tu
un preludio di Wagner, invece
tu

il ronzio di una vespa in lontananza

un pugno chiuso
le verdure lessate
il quadro che hai dipinto per me, accanto alla libreria
la sagoma che a volte intravvedo accanto alla ferrovia

crepacci
partiture doloranti offerte ex voto silenziose

a Nostra Signora degli assenti
nostre inquietudini lacrimose

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ADULTI (per Le meraviglie”)

images

Naufraghi
su un materasso all’aperto
dormire senza un tetto sulla testa

la condizione di chi ha creduto
qualcosa
troppo fragile per innervarsi d’altro
proiettandosi dalla sconfitta
al futuro

figure trasparenti
corpi inconsistenti che si appoggiano
su corpi bambini
ancora pieni, nonostante tutto
di vita

perdute le mappe, le linee di vento
semi portati dall’aria
senza mete

quasi rancorosi davanti ai bambini
inevitabilmente votati al futuro

dove siete
madri
padri
dove i vostri sguardi capaci di vedere
dove
quel fermarsi
e prender sulle ginocchia
e guidare la fronte alla spalla

dove i mormorii indistinti
del cullare

la distanza salvifica
che conduce nella paura

Guardo ora
i vostri corpi smagriti, tumefatti
o bolsi di un ipnotico negare

le vostre mani -ologramma senza spessore
le vostre parole, buttate là
insignificate

poveri cuccioli d’uomo
spaesati
nella discarica della Storia
poveri cuccioli d’uomo

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LE STAGIONI DELL’AMORE – AUTUNNO

autunnobisLui è seduto sul divano, concentrato sulle cartine di viaggio; prende appunti con una scrittura sottile e minuscola, con una minuscola matita dell’Ikea, in un minuscolo moleskine nero sdrucito.
Lei, appollaiata sul bracciolo opposto guarda fuori la prima nebbia; la sua parte di seduta è invasa da libri semiaperti, quaderni, pastelli multicolori, post it. Nella stanza aleggia il vapore delle verdure messe a bollire, fili di fumo sospesi sopra il tavolo ancora ingombro di bucce di patate e scorze di zucca.
Lui carica Truffaut sul portatile e va avanti veloce fino alla scena finale, la corsa che porta al mare. La guarda e la riguarda, come fa spesso. Rimane un attimo assorto e poi riprende lo studio del giro in bici che sta progettando per il Ponte dei Morti.
Lei disegna un cuore col dito sul vetro appannato; la forma, che subito gocciola lacrime umide, inquadra la casa di fronte, la finestra della cucina di una coppia che sta cenando: lui l’imbocca, la crema le scivola sul mento, ridono. Lui si sporge e la lecca. Si baciano. Ridono di nuovo.
Lei gira lentamente la testa. Vorrebbe allungare la mano a sfiorare il collo proprio sotto ai capelli, in quel solco dove -annusando molto da vicino-può percepire la promessa del suo odore, quello che emana intenso quando suda, quando fa l’amore. Ma non è raggiungibile, almeno un paio di metri li separano. Almeno un paio di “Sono stanchissimo, scusa”. Almeno un paio di “Ma mi ami ancora?” rimasti lì, senza risposta, a galleggiare impalpabili come la prima nebbia di quell’ ottobre desolato.

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LE STAGIONI DELL’AMORE – INVERNO

Rannicchiata dietro la porta, in penombra. Le gambe strette dalle braccia ossute. Sul gomito un livido, sul ginocchio un’abrasione violacea. Pennellata da Caravaggio. Il volto pallido dietro i capelli lunghi, castani con un ciuffo rosa. Il naso sanguina leggermente. Gli occhi guardano qualcosa, immobili nello scuro dell’angolo, a ridosso del termosifone bollente.
La voce del Padre dall’altra stanza. Come se niente fosse successo. Il rumore delle stoviglie appoggiate con rabbia. Un bicchiere sbattuto, il tintinnare delle posate. Una sedia trascinata. Il tono è calmo. Piatto. “Dai vieni che è pronto”. Con un istinto d’animale sa che non è finita, che deve avere ancora paura perché in quei momenti lui parla e agisce come da mondi diversi. Opposti. Quando il Padre diventa due non resta che ammutolire. Abbassare lo sguardo. Aspettare che passi.
Quindici anni e la spalla che duole; si bagna con l’acqua fredda, tira indietro i capelli a rivelare gli zigomi alti. Pelle candida, naso dritto e una leggera fossetta sul mento. La sua stessa faccia, solo gli occhi di colore diverso, un verde stagno, fondo, mentre quelli di lui sono due tizzoni scuri, taglienti. I jeans larghi le si appoggiano sui fianchi, la maglia nera la copre quasi fino alle ginocchia.
Controlla che il cellulare sia in modalità silenziosa, non vuole correre il rischio di farlo infuriare di nuovo. Entra e si siede senza fare rumore.
“Alla buon’ora”. Le parole rimangono sospese. Nell’aria aleggia qualcosa di gelido. Qualcosa che non si può dire. inverno

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P come Primo giorno (note da non dimenticare)

Qualcuno mi ha detto una volta che la cosa più importante sono i primi sei minuti.
In quel tempo -un soffio!- ti giochi tutto, con i bambini; da lì prenderà forma il rapporto futuro: faticoso, complice, violento, solidale, affettivo o stimolante. Dipende da come ti muovi, da come guardi, da come parli; dipende dalla prima risposta che dai o non dai alla loro prima domanda, dal tuo abbassarti o meno alla loro altezza se ti parlano, dalla quantità di parole tue che metti in circolo rispetto a quelle -loro- a cui dai spazio.
Che idea tremenda. Come se una persona fosse un processo finito, giunto a termine. Come se il cambiamento facesse sì parte del crescere, ma solo fino al termine della scuola dell’obbligo, o della tarda adolescenza, o al momento della prima auto, o della prima casa, o di qualcosa -comunque- più o meno lontano, in cui prima o poi, arrivati, ci si possa fermare. E’ strano invece come, nella misura in cui l’idea di essere in crescita ti coinvolge come persona, si modifichi radicalmente lo sguardo che dedichi a un bambino.
E così, il primo incontro è emozione e curiosità, aspettativa e risonanza. Nel primo incontro ti mostri -senza che né tu né loro lo sappiate- nel segno profondo che ti caratterizza: mostri il punto della strada a cui sei giunta nella ricerca della felicità, nella tua crescita emotiva e affettiva, nell’equilibrio conquistato nelle fragili e delicate relazioni con gli altri.

C’è un bambino, piuttosto piccolo, con un gran testone. Ha grandi occhi scuri e seri; per tutto il tempo delle presentazioni in cerchio -quando altri già si contendono lo spazio in una rumorosa necessità di segnalare la propria presenza al mondo- se ne sta fermo immobile, rigido sulla sedia, con le spalle dritte. A mala pena, quand’è stato il suo turno, ha detto il suo nome. Guarda tutti con sguardi lenti e assorti, e spesso guarda me, ma quando lo incrocio distoglie lo sguardo.
Si accavallano racconti, dichiarazioni di esistenza, le prime provocazioni, la necessita’ di una norma per poter sentire tutto di tutti.
Uno, magro con gli occhiali, ogni volta che parla fa ridere gli altri: tutta la sua attenzione è rivolta al mantenimento di questo ruolo, ciò che dice è secondario. Parla, poi aspetta la reazione sonora, mi guarda per dire vedi, sono io il più simpatico.
Una bambina con i capelli neri, lunghissimi, segue attenta con gli occhi quello che succede, non parla ma ascolta tutto; non ha ancora chiesto di raccontare qualcosa lei per prima.
Un altro non riesce a stare fermo. Si agita e si muove sulla sedia, i piedi in continuo movimento, pizzica un vicino, fa battute sul racconto degli altri che nessuno ascolta.
Immagino di visualizzarli come un ritmo: il silenzioso e’ un tempo lento, cadenzato; e’ un discorso fatto di pause e di silenzi, le sue parole sono poche e pesanti, chiuse dentro come tutti i movimenti che non fa. E’ un lamentoso di tube basse, gravi; tempo sospeso, corpo al rallentatore, pesante di gravità.
Il simpatico e’ un free jazz, sincopato, nervoso; grandi architetture di apparenza, linea melodica impercettibile. Ha un dinamismo accentuato, chiude tutto con parole e gesti; solo nell’isola gira in tondo perché il suo solco gli mostri la strada.
La timida è in attesa, un preludio in sordina. Fili da tessere che siano ben saldi per fidarsi di allungare le mani e i piedi. Piccoli spostamenti di note, voce impercettibile, bisogna sollevarla così arriva a guardare fuori, fuori dalla finestra.
Il nervoso e’ tutto uno stridere di suoni, smozzichi di parole e di gesti; chissà dove comincia e dove finisce. Attentissimo e diffidente come un riccio, si agita alla ricerca di un peso. Lievita. Immobile, come Pie’ veloce Achille.
Suona la campanella, e’ la ricreazione.
Me ne resto un attimo a fissare il cerchio ora vuoto di piccole sedie, e penso: che grande cuore e’ necessario per imparare la canzone di tutti?530319_10201602298685335_1615596731_n

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OCCHIDIGIO’

senza parole

senza parole

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C come CUORI RUBATI (seconda parte)

Tutti in cerchio, perciò, con la solita regola: “Ognuno può parlare, dire quello che vuole senza essere interrotto. Queste illazioni, i “sentito dire”, i “me l’ha detto lui”. Il presunto colpevole ha un alibi a prova di bomba, piano piano le certezze granitiche traballano, non sappiamo che pesci pigliare; io faccio solo da moderatore, ben attenta a non esprimere giudizi, fare prediche o emettere generiche condanne. Ma alla fine dobbiamo arrenderci: nessuno ha la più pallida idea di chi abbia rubato i cuori. L’unica certezza è che è stato qualcuno della classe. “Allora” dico “nessuno sa chi ha preso i cuori. Anzi no, qualcuno lo sa: è chi li ha presi, che lo sa.” Mi guardano muti, non vola una mosca. So benissimo che se adesso tutto si conclude con la classica predica mi gioco un’incredibile opportunità per far loro sperimentare qualcosa di diverso dal paradigma della colpa e della punizione, qualcosa di infinitamente più complesso, delicato, fragile ma immensamente più ricco umanamente. Ciò che dico non l’ho imparato sui libri, nessuno me l’ha insegnato; forse -semplicemente- è quello che avrei voluto sentir dire a suo tempo all’adulto di turno dopo una mia qualche bugia, una mia qualche infantile appropriazione indebita di sassi o mentine.
“Sentite cosa penso: io penso che i cuori di Alessio erano davvero belli, bellissimi. Così belli che forse qualcuno non ha resistito, li ha presi. Io lo capisco, non ho mai visto neanch’io dei cuori così brillanti! Ma sono sicura che quel bambino, o quella bambina, capiscono che hanno fatto una cosa brutta, vedono Alessio com’è dispiaciuto, sanno -io lo so- che è una cosa che non va bene. Sarebbe bello se chi li ha presi fosse così coraggioso da restituirli… Facciamo così: noi adesso ci mettiamo a lavorare, io spero tanto che quel bambino o quella bambina oggi, o magari domani, venga da me a dirmi: li ho presi io. E basta. Capita, sapete, anche ai grandi di fare qualcosa di sbagliato, ma è importante ammetterlo, scusarsi, rimediare.”
In silenzio si sistemano le sedie, si scrive la data, comincia la giornata. Piano piano tutti veniamo riassorbiti dal tran tran quotidiano, è importante che sentano che “va tutto bene”, nessuna oscura punizione indiscriminata pesa sopra le loro teste. La mattinata prosegue, io mi chiedo se ho fatto bene, se non ho insegnato l’indifferenza o il qualunquismo o il “tanto non mi beccano”…
Ma mi risponde Marco quando, pochi minuti prima della campanella si avvicina e a occhi bassi mi sussurra “Maestra, sono stato io”. E io mi commuovo, mi commuovo davanti a quel musetto contrito, lo abbraccio e dico “Sentite bambini…” Marco ripete il mea culpa, restiamo tutti in silenzio. Tante emozioni aleggiano sulle nostre teste, ma nessuno grida vendetta, nessuno istiga al castigo. Rimangono lì. Un po’ incuriositi, un po’ ammirati. Spetta a me dare voce ai pensieri, fare sintesi, chiudere il cerchio adesso che si può, e si deve: “Marco sa che ha fatto una cosa sbagliata, vero? Può capitare a qualunque bambino. Ma è stato davvero coraggioso a venire da me, e a dirlo davanti a tutti, che ne pensate?” Poi parte il doveroso “Cosa può fare adesso?” e tutti, non solo Marco, offrono consigli e consolazioni “Domani glieli riporta” “Gli fa un regalo” “Gli chiede scusa”. Alessio partecipa, è sereno: domani riavrà i suoi cuori brillanti. Anche Marco è sereno, è stato accolto: ha appena fatto esperienza che si può sbagliare, e si può rimediare. Suona finalmente la campanella, tutti fuori di corsa a giocare. Io resto un momento nell’aula vuota-come faccio sempre dopo giornate particolarmente intense.
Domani i cuori torneranno al loro posto, e faremo le maschere.
Va bene così, e ‘fanculo alla fatica.

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