CURRICULUM

2Insegno nella scuola elementare da trent’anni. Lavorare con i bambini mi ha dato l’occasione di riflettere e ricercare intorno a domande e questioni che ci riguardano tutti: perché si impara? Che cosa è importante imparare? Quali sono le condizioni indispensabili perché qualcosa –una nozione, un concetto, un’abilità- entrino stabilmente nella nostra vita, nel modus operandi del nostro pensiero, in ciò che diventa talmente connesso con la nostra storia da trasformare il sapere in essere?
Partendo dal mio lavoro ho approfondito questi aspetti in relazione all’età evolutiva, ma è stato naturale fin da subito allargarne il campo, interrogandomi sull’oltre il cognitivo, il razionale: su quel mondo emotivo a volte sommerso che tanta importanza ha in questi processi e che determina il benessere, il senso di sé, la capacità di esprimere ciò che siamo e vogliamo, e che sta alla base della scelta di imparare. Scelta, sì: atto generativo, energia vitale, impulso di crescita scritto nella nostra genetica, da bambini come da adulti.
Al centro, la questione dell’identità: come si costruisce, cosa la rinforza, cosa la nutre. La mia ricerca ha lambito territori apparentemente lontani dallo specifico dell’insegnamento. Negli anni mi sono occupata di teatro, di yoga, di comunicazione; l’esperienza mi ha fatto capire che la trama sottile su cui poggia l’imparare è costituita dalla relazione (umana, emotiva) tra i soggetti che danno corpo allo spazio educativo. Le scoperte delle neuroscienze, gli studi sulle emozioni, sulle dinamiche dei gruppi, sull’unità psiche-soma, sul pensiero narrativo, tutto ciò insomma che favorisce una visione integrata e interconnessa dei fenomeni umani ha stimolato la mia ricerca, anche attraverso la partecipazione a innumerevoli corsi e percorsi formativi.
Ho compreso inevitabilmente che il lavoro su me stessa, come per tutte le professioni di cura, era la cassetta degli attrezzi irrinunciabile: necessario riflettere sulle proprie modalità di apprendimento, sulla propria storia, sulla propria identità: che cosa ho imparato? Come? Quando? Grazie a quali persone? In quale tipologia di contesti?
Ho incontrato (vivi o sulla carta) maestri preziosi e generosi, noti e meno noti, grazie ai quali ha preso forma la mia idea di scuola, la mia idea di identità e della forma reciproca che si danza in una relazione umana positiva e “nutriente”, talmente tanti da citarne così, per approssimazione, soltanto alcuni, e in ordine sparso: Milani, Rodari, Lodi, Freinet, Bruner, Morin, Canevaro, Lorenzoni, Zavalloni, … ma anche Damasio, Gardner, Jung, Goleman, Miller, via via ampliando sempre più il respiro con Capra, Bateson, Illman, Roger, Scalvi, il tutto irrorato costantemente dai respiri larghi della poesia, della letteratura, che come tutte le arti profondamente connette le cose e gli esseri umani. La poesia, in particolare, come luogo metaforico del simbolo e dell’emotivo, che esprime l’inesprimibile attraverso spostamenti e strutture che risuonano con gli archetipi, con le storie profonde; luogo dove le parole si fanno segni e disegni, dove prendono corpo il respiro e il silenzio, dove possiamo costruire l’architettura di ciò che è troppo ampio per essere contenuto in una struttura narrativa.
Progressivamente ho sentito la necessità di allargare ulteriormente lo sguardo affinando nuove competenze. Dal 2003 ho intrapreso lo studio della Sistemica grazie al lavoro dell’Istituto di Terapia familiare milanese di Boscolo e Cecchin, acquisendo il titolo ed un master in counselling. Negli anni, cambiando perciò anche punto di osservazione attraverso l’esperienza diretta, ho maturato la profonda convinzione che la costruzione della propria identità non ha mai fine, e che percorrere le mille strade della nostra memoria costituisca una pratica profonda di cura di sé. Ciò che siamo poggia imprescindibilmente su ciò che siamo stati: sono fondamenta da costruire con attenzione e rispetto, lavorando con i bambini; da ripulire, spesso ristrutturare se non liberare da anni di erbacce e pregiudizi, lavorando con gli adulti.
In tutto questo la potenza della scrittura autobiografica è stata, prima di ogni teoria, salvifica per me, nella mia storia. Il gesto della scrittura mi ha accompagnato sempre, nel mettere sulla carta riflessioni, dubbi, questioni ma anche narrando, e così costruendo, ricostruendo e decostruendo, dei tanti bambini che ho incontrato. Scrivere di loro mi ha permesso sempre di guardarli e raccontarli al di là dell’immediatezza quotidiana. Scrivere per loro (storie, filastrocche, messaggi personali) ha mostrato –nella migliore tradizione O’Flanneriana, più che enunciare- lo strumento e la risorsa enorme che la scrittura può essere nella nostra storia, per la nostra vita.
Scrivere per me e di me è stata ed è una pratica difficile da stringere entro una definizione. A volte è stato un atto liberatorio, terapeutico, espansivo; altre volte ha dato forma ad una disciplina, alla tenacia, alla volizione. Altre ancora ha dato modo di sperimentare, giocando con le strutture della lingua, la semantica, il ritmo e la musicalità. In alcune occasioni questa scrittura si è fatta “ad alta voce”, in altre è rimasta sommessa, all’interno dei cassetti o dei file più personali.
Dal 2011 l’incontro con Bruna Graziani e Il Portolano mi ha dato occasione di sperimentare da un ulteriore, nuovo punto di vista, l’esperienza della scrittura autobiografica, attraverso la conduzione e co-conduzione di incontri propedeutici e per questo di diritto abitanti in una fase della scrittura libera dal vincolo e dal confronto troppo serrato con le tecniche. Credo, infatti, fortemente con Demetrio che “il pensiero autobiografico (…) sia un luogo interiore di benessere e di cura, (…) luogo fertile per inventare o svelare altri modi di sentire, osservare, scrutare e registrare il mondo dentro e fuori di noi”.

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