LA PRIMA VOLTA

La prima volta che entro in classe
Qualcuno mi ha detto una volta che la cosa più importante sono i primi sei minuti.
In quel tempo -un soffio!- ti giochi tutto, con i bambini; da lì prenderà forma il rapporto futuro: faticoso, complice, violento, solidale, affettivo o stimolante. Dipende da come ti muovi, da come guardi, da come parli; dipende dalla prima risposta che dai o non dai alla loro prima domanda, dal tuo abbassarti o meno alla loro altezza se ti parlano, dalla quantità di parole tue che metti in circolo rispetto a quelle -loro- a cui dai spazio.
Che idea tremenda. Come se una persona fosse un processo finito, giunto a termine. Come se il cambiamento facesse sì parte del crescere, ma solo fino al termine della scuola dell’obbligo, o della tarda adolescenza, o al momento della prima auto, o della prima casa, o di qualcosa -comunque- più o meno lontano, in cui prima o poi, arrivati, ci si possa fermare. E’ strano invece come, nella misura in cui l’idea di essere in crescita ti coinvolge come persona, si modifichi radicalmente lo sguardo che dedichi a un bambino.
E così, il primo incontro è emozione e curiosità, aspettativa e risonanza. Nel primo incontro ti mostri -senza che né tu né loro lo sappiate- nel segno profondo che ti caratterizza: mostri il punto della strada a cui sei giunta nella ricerca della felicità, nella tua crescita emotiva e affettiva, nell’equilibrio conquistato nelle fragili e delicate relazioni con gli altri.

C’è un bambino, piuttosto piccolo, con un gran testone. Ha grandi occhi scuri e seri; per tutto il tempo delle presentazioni in cerchio -quando altri già si contendono lo spazio in una rumorosa necessità di segnalare la propria presenza al mondo- se ne sta fermo immobile, rigido sulla sedia, con le spalle dritte. A mala pena, quand’è stato il suo turno, ha detto il suo nome. Guarda tutti con sguardi lenti e assorti, e spesso guarda me, ma quando lo incrocio distoglie lo sguardo.
Si accavallano racconti, dichiarazioni di esistenza, le prime provocazioni, la necessita’ di una norma per poter sentire tutto di tutti.
Uno, magro con gli occhiali, ogni volta che parla fa ridere gli altri: tutta la sua attenzione è rivolta al mantenimento di questo ruolo, ciò che dice è secondario. Parla, poi aspetta la reazione sonora, mi guarda per dire vedi, sono io il più simpatico.
Una bambina con i capelli neri, lunghissimi, segue attenta con gli occhi quello che succede, non parla ma ascolta tutto; non ha ancora chiesto di raccontare qualcosa lei per prima.
Un altro non riesce a stare fermo. Si agita e si muove sulla sedia, i piedi in continuo movimento, pizzica un vicino, fa battute sul racconto degli altri che nessuno ascolta.
Immagino di visualizzarli come un ritmo: il silenzioso e’ un tempo lento, cadenzato; e’ un discorso fatto di pause e di silenzi, le sue parole sono poche e pesanti, chiuse dentro come tutti i movimenti che non fa. E’ un lamentoso di tube basse, gravi; tempo sospeso, corpo al rallentatore, pesante di gravità.
Il simpatico e’ un free jazz, sincopato, nervoso; grandi architetture di apparenza, linea melodica impercettibile. Ha un dinamismo accentuato, chiude tutto con parole e gesti; solo nell’isola gira in tondo perché il suo solco gli mostri la strada.
La timida è in attesa, un preludio in sordina. Fili da tessere che siano ben saldi per fidarsi di allungare le mani e i piedi. Piccoli spostamenti di note, voce impercettibile, bisogna sollevarla così arriva a guardare fuori, fuori dalla finestra.
Il nervoso e’ tutto uno stridere di suoni, smozzichi di parole e di gesti; chissà dove comincia e dove finisce. Attentissimo e diffidente come un riccio, si agita alla ricerca di un peso. Lievita. Immobile, come Pie’ veloce Achille.
Suona la campanella, e’ la ricreazione.
Me ne resto un attimo a fissare il cerchio ora vuoto di piccole sedie, e penso: che grande cuore e’ necessario per imparare la canzone di tutti?

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