Ciò che ti porta l’invecchiare
È la stanchezza

Non di lottare

Ma di farlo da soli

Tu ancora -sempre-
Ti alzeresti d’impeto dalla sedia gridando all’ingiustizia
All’indecenza
Ma sono i volti assenti
Piegati di nascosto sul cellulare
A condividere vignette divertenti
Sono i volti appiattiti dalla delusione
Che si girano dall’altra parte

Come se non fosse solo e sempre
Il qui ed ora
L’unico luogo e l’unico tempo
Dove poter alzare la voce
Le braccia
Per difendere
E difenderci

E invece la stanchezza non ti fa scattare

Rimani seduta
A contemplare il tuo esser fuori tempo, ancora

Rimani seduta
Ad invecchiare

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Concorso Lìbrati Libreria delle donne Padova

Un concorso.
Un caso.
Un vecchio racconto.
Un vecchio amore.
A volte tutto trova il suo posto.

nor

dav

dav

Pubblicato in STORIE | Commenti disabilitati su Concorso Lìbrati Libreria delle donne Padova

Sei tornato?
Accomodati
Il banchetto è pronto
La tavola imbandita
Nessuna bellezza da preservare
Stavolta
Nessuna faccia da salvare
Sei tornato
Non ho saputo
O potuto
Impedirlo
Stavolta niente lotte
O vergogna o anatemi
Sono qui.
Mangiami.
Sarò semplice da digerire
Non più la stoffa coriacea
Della combattente,
Della sognatrice.
Sono liquida stavolta
Sono muco vischioso,
Salino
L’esistenza già elaborata
Mille e mille volte
Sono un boccone perfetto
Non mi opporró
Niente libri stavolta
O viaggi o poesie

Azzannami

Il mio volto sarà
Ciò che resta
Oltre
il silenzio

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Tornerà il tempo della poesia

Come refolo sospeso, perso nell’universo mondo
Hai lambito qualcuno
Anche se non me
Anche se non me
E le parole grattano il palato​
Artigliandosi ai denti
Sono scandalo e furore
In questi tempi schiacciati dagli occhi
Il minuscolo suono di una parola
È ridicolo affanno

C’è un fischio acuto, prolungato
Nell’alba brumosa
Tra i rami stecchi dell’acero
Nel grigio delle mattine perse
Spalanco le finestre tendo le orecchie
È un fischio acuto, prolungato
Un merlo o altro, non lo so

È uno scandalo nel ticchettare elettronico
Del giorno che comincia
con precisione inappellabile
Il fischio trapassa cellulari sveglie tablet
stridulo e inopportuno come ogni poesia
Mi ricorda il filo di fumo di un’antica Locomotiva
Le foglie a terra crepitanti
Gli Occhi di altro colore
Degli amori che vanno
Le canzoni compagne
E i libri e i versi e le parole specchio

Tornerà la poesia, sì tornerà
Dovunque si trovi ora
Tornerà a sciogliere
Il bolo di chiacchiere inutili

Saprà, lei sì
Disartigliare le parole
Riaprire il varco
Sollevare le maree
Ritrovare il lampo
Del lancinante altrove
Ricominciare il canto
Attenderne il ritorno

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Certi giorni la stanchezza è un sacco di parole
attaccato alle braccia.
Il corpo è esausto, vuole cadere.
Pesantezza dei muscoli.
Come se qualche sostanza tossica
adrenalina, potassio, ricordi
si fosse accumulata
bicipiti, tricipiti, tensori, quadricipiti

Gambe, faccia, schiena
non vogliono che fermarsi.

Come sassi schiantati da traiettoria galattica,
sbriciolarsi a terra.

Restare

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ritorno

Sei tornato
Perché non era ancora sciolto il nodo

Di nuovo ti ho maledetto
Ho pianto, mi sono graffiata la faccia

Poi

Di nuovo

mi sono fermata

ti ho seguito

ho guardato il tuo artiglio
dipanare il dolore

ho attraversato il cimitero

infine
al caldo del tuo pelo, del tuo sangue pulsante
ho riposato

mi sono scrollata di dosso
i morti
i superstiti
gli assenti

ora
sono sfinita

attendo la nuova canzone
questa guerra avrà termine

Attendo.

Arriverà.
Stavolta sarà infinita.
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SLAM CARTACARBONE 2015

ragnetto

un nome, un nome
che sarà mai un nome?
Forse che la rosa… eccetera eccetera?

Eppure dicono che il nome s’impregna
dell’impronta energetica -Jodorowsky insegna-
colate laviche d’ immagini infantili
graffi ai ginocchi, palloni nei cortili

Come dire, te l’han scelto mamma e papà
Ce l’hai stampato addosso, è una fatalità
una doppia pelle che soffoca e comprime
spesso trasuda orribile perfino dalle rime
arsa da innumerevoli miti e dai segreti
fatti di zie zitelle e di cugini preti
è la trama ossidata di un disegno imperfetto
in cui stai incastonata, sbigottito ragnetto
gioiellino predato scardinato e messo lì,
come un posto occupato, un accento su una i
come un nome chiamato
un agnello sgozzato
una profezia impotente che si auto-avvera
tarocco impietoso
fiato da luna nera

ragnetto schifosetto nascosto sotto il letto dove ti tengo dove ti metto
scappa scappa che arriva la pappa scappa scappa che sei tu la pappa
ragnetto schifosetto murato sotto il letto
letto buio letto di notte letto di latte antro di lotte
ragnetto schifosetto perchè non sei perfetto?
dove vuoi andare così piccolino
nero innocente come un sasso
assassino

esili zampe nere/ nere come primavere
sette formiche sul braccio
guarda che cosa ti faccio
ti prendo e ti mastico in gola
ti sparo con una pistola
ti schiaccio sotto la scarpa
ti arrotolo dentro a una carta
carta di pane carta di sale carta di zucchero carta di male
carta che sbriciola mille parole
carta che scorre sul letto del fiume
fiume incompiuto che scivola sporco
corpo di bimba che non trova porto
corpo cadavere dimenticato
nascosto dentro un maglione bucato

Corpo
che corro
col fiato corto
so quanto costo
se il cuore inchiodo
dentro al costato
preso di forza, di forza spostato
come messaggio spedito per posta
trattengo il fiato, mi prendo una sosta
ma il muscolo sbatte contro la crosta
come un crostaceo per la paura
storta starò
e storto tu, finché dura

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faccia di lupo

Mezza faccia mangiata, nell’altra stai nascosto
Formicolio costante, invisibile a sinistra
Unghiate fonde e fossi e strade a destra

Dieci anni ad ascoltarti
Ammaestrarti
Maledirti
Implorarti

C’è ancora chi mi dice devi analizzare nel profondo la tua vita
Trova il dolore irrisolto e guarirai

Fuori l’autunno esplode senza tempo

Raccolgo una foglia

In-vento

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Sogno n. 1

Ho sognato una grande casa diroccata, su una collina.
Sembrava Petroio, dove G. aveva costruito la Comune di teatranti ospitando i Catalani, dove mi portava nei nostri primi viaggi, dove abbiamo preso le piattole dormendoci dopo i mesi in cui era rimasta disabitata, nel letto con la testiera di mattoni di plexiglass.
Nel sogno ci vivevo con S. (il mio primo tentativo di suicidio). S., che ho cancellato dalla memoria tanto da confondere se la convivenza (la mia prima) sia durata mesi o anni. Ricostruisco attraverso la 500 amaranto, mia prima macchina, con la doppietta: con quella andavo a lavorare nella piccola canonica trasformata in scuola, la mia prima classe, una prima di dieci bambini. Lo so perché ho il ricordo della 500 parcheggiata nella collinetta di fronte al Ristorante famoso in tutto il Veneto per il suo tris di bollito, la cui fama sarebbe stata oscurata da lì a poco dal primo ristorante della zona dove mangiare le lumache.
Ho un ricordo con mio padre, anche, qui: tutta la famiglia con l’attrezzo curvo per reggere i gusci prima di estrarre il mollusco, non ricordo però in che occasione, perché siamo lì.
Ricordo la partenza la mattina presto dal vicoletto accanto a S. Parisio, e poi la 500 diventa la A112 metallizzata, la sua, che mi vendette dopo morte gloriosa della Valentina, la 500. Ero nell’età in cui si dà il nome alle cose. Quella era la mia prima macchina, la mia prima casa, i primi moti di indipendenza. Con la 112 andavo nella mia seconda scuola, oltre il Piave, partivamo la mattina in quattro da Porta Carlo Alberto, ciò significa che con S. la convivenza durò almeno due anni scolastici. Lui faceva il poeta maledetto e beveva birra, io avrei voluto esser lui. Quando l’ho lasciato mi voleva menare, l’ho reincontrato poco tempo fa su FB, ci siamo scambiati l’amicizia e due chiacchiere. Ora lui ha cambiato nome, vive a Barcellona, è un famoso poeta maledetto e –credo- beve birra. Io dopo un po’ gli ho tolto l’amicizia “Scusa” gli ho scritto “la vita è troppo dura per leggere le cose tristi e incazzate che posti”. Mi odia, credo. E come dargli torto.
Comunque. Nel sogno vivo con lui in questa casa grande e diroccata. E’ piena di gente perché stiamo ospitando chissà chi, chissà cosa. Stanze trasformate in bivacchi, piatti sporchi, oggetti fuori posto. La sensazione di essere invasa che ho avuto costantemente in tutti gli anni del mio “teatrantonio”, leggasi: il mio matrimonio con un mondo, con uno stile di vita. Anni in cui si andava ospiti in case sporche e disordinate, si dormiva nei divani da cui temporaneamente venivano spostati burattini, pupazzi in gomma piuma, costumi di scena, i primi modernissimi Amiga. Gli anni della pedana in salotto, del maledetto televisore con la scheda a vista e la base triangolare che dovevo spolverare (ma era un’opera di videoarte, che figata, mica come tutti gli altri con una televisione normale), gli anni di “Non parcheggiare sull’erba” (ma si è mai sentita di una coppia che per condividere qualcosa di intimo invece di far sesso organizza incontri con l’artista?). Gli anni di Fabrica e di Theleme, gli anni della mia pittura forsennata e liberatoria, gli anni dei vestiti neri e della colite cronica.
Nel sogno sono lì, ma con S.. Ho in bocca quel sapore antico, quel senso di malessere. Troppa gente, troppo rumore, io non sono così, io non condivido così. Mi sento male alle feste, mi irrigidisco quando siamo in tanti, mi fa paura quando oltrepassano la mia zona di sicurezza, vorrei scappare. Non so dove mettermi e il mio corpo si ingigantisce, deborda dal divano, si spalma sugli stipiti, mi sento fuori posto e comincio a sudare. “Ma come, ma se sei così SIMPATICA! Così SOLARE! Così PIENA DI BELLA ENERGIA!!” Ma come, ma come? Ma no, ti sbagli, guarda che non è vero, a noi piaci un casino, non te ne accorgi? Perchè vai via così presto?”
Nel sogno però mi muovo con una certa accorta prudenza; penso che prima o poi tutta quella gente se ne andrà, o –alla peggio- me ne andrò io. Giro per la casa scavalcando corpi addormentati alla rinfusa controllando che non siano state violate le mie cose più segrete. Timore inutile, non c’è niente di prezioso di me in quella forzata promiscuità.
All’improvviso scorgo due bambini: stanno frignando, non c’è niente per loro lì, galleggiano come naufraghi sbattendo contro i corpi adulti, alla deriva. Allora li prendo per mano canticchiando “Vieni, vieni…” improvviso una danza dribblando le persone e le cose, attraverso stanze sussurrando filastrocche inventate, con loro al seguito, poco convinti ma già incantati. Arriviamo ad una specie di soffitta impolverata, un magazzino di reperti adulti. Il colore di tutto è grigio, sfocato; la luce entra bassa dalle tapparelle scardinate. Comincio a cercare dai vecchi armadi. Ecco un barattolo di pennarelli. No, due. No, è un intera grande scatola. Ecco una coperta multicolore che stendo a terra. Ecco una tenda della magia che appendo ad una trave del soffitto, invadendo mezza stanza con una tela stellata. Ecco dei cuscini a forma di animali. Ecco –guarda dov’erano finite!- due belle cassette piene di costruzioni. Aspetta, qui ho i pennelli, vi piacciono le tempere? Si, adesso tiro giù quel peluche seminascosto tra le borse.
La stanza diventa casa, diventa posto, diventa cuore. La polvere si solleva e lascia spazio a un nuovo mondo.
I bambini ora sono di più, saltano, corrono, giocano e ridono come matti. Facciamo anche uno sbarramento, attenzione, se vuoi entrare devi dire una parola se no resti fuori, e basta.
Guardo quella scena completamente ridipinta, ho un cappello da fata in testa. Io la so quella parola.
Mi sveglio e penso: “Io la so”.
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L’altalena

L’ALTALENA

su, verso il cielo
e indietro, con l’aria alle spalle

che larghi gli occhi
la bocca spalancata
e l’urlo panico
incosciente
e guerriero
che ti porta

su, verso il cielo
e indietro, con l’aria alle spalle

cantano nelle orecchie
gli sfilacci di nuvole
impigliati nell’altalena
le mani strette nelle corde
fanno prove di coraggio, piccine
lascio un po’, solo un po’…
mi dò una spinta con la schiena e

su, verso il cielo
e indietro, con l’aria alle spalle

le gambe si slanciano
artigli prensili che vorrebbero
restare attaccati là -sospesi
e invece torni giù
indietro, con l’aria alle spalle
e poi di nuovo
su, verso il cielo

ubriaca di risate
e mormorii segreti
rompi l’aria di forza, la forza concentrata dei polpacci,
delle caviglie
rompi l’aria -lama luccicante,
ingenua e tenera, come diventerai

sei libera nell’aria,
e piccola
lo spago rosso che hai legato al polso
si tende ad ogni ascesa
e ad ogni ritorno riposa
si posa senza far rumore
accanto a lui che dorme
accoccolato sotto al tuo albero,
sotto al tuo volo
scuro e immobile,
placato
dalla tua ebrezza

resti lì
tu e l’animale – cucciolo, anche lui
i nodi al posto giusto
al tuo polso, alla sua zampa
(come un darsi la mano)
invisibili a tutti

lo spago si tende e poi ritorna
si tende
e poi ritorna

non si perdono

potrai contare su di me, sempre,
– si dicono
sarò il tuo guardiano,
sarò la tua vela
e ogni filo di vento
sarà per noi
preghiera
Lupo

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